Per quanto estro e virtù narrative possano complicarne la trama, tutti i thriller si risolvono più o meno nello stesso modo—l’obbligatorio confronto finale tra un protagonista che non sembra avere via di scampo e una controparte che nonostante lo schiacciante vantaggio finisce sempre, stupidamente, col perire. In un genere governato da tanto rigore, c’è però un titolo che più di altri merita d’essere ricordato. Lasciando le convenzioni in superficie, Blue Velvet porta impietoso lo sguardo dove raramente il cinema osa arrivare. Dalla fiabesca quiete di plastica suburbana agli estremi taciuti dell’erotismo proibito, è un’opera strana quanto David Lynch che come velluto scorre sensuale e impalpabile tra le frementi dita di un pubblico incredulo.
Giovedì pomeriggio, atteso come ogni settimana, la sala era buia. Quando Charles entrò, eravamo già tutti seduti. Bianco, molleggiato e occhialuto prese posto nella sedia scomoda di fianco alla prima fila e senza alcuna premessa fece partire il film.
La sequenza di apertura di Laputa arresta il cuore, leva letteralmente in respiro. Quante volte l'ho rivista da allora, tante ho rivissuto lo stesso palpito. Miyazaki riesce a portare nei primi minuti l’intensità climatica di un ultimo atto. La bellezza di una scena può esistere oltre il verbo e la conoscenza. Il suo valore drammatico ed empatico oltre il costrutto narrativo, oltre una storia di cui ancora non si sa nulla.
Da un’aeronave che fa puì puì puì puì puì una bambina scivola nel vuoto, cade dal cielo, nelle nuvole sviene, nella notte scompare.